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Gay & Bisex

LA CASA DELLA PURIFICAZIONE


di La-mandria
18.10.2026    |    320    |    10 8.7
"Il contatto della pelle nuda contro pelle nuda fu un'esplosione di calore che azzerò ogni esitazione..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

Premessa
Nel cuore delle sabbie ardenti di Tebe, dove il regno dei vivi confina con l'impero silenzioso e immobile di Osiride, l'esistenza non è che un breve soffio tra due eternità di pietra. Per i sacerdoti e i governanti, la morte è un'architettura da blindare con formule magiche, strisce di lino e natron; per chi abita l'ombra umida e irrespirabile degli ibu — le Case della Purificazione — è un mestiere carnale, brutale, fatto di odori pesanti, di fluidi da drenare e di corpi che perdono ogni nome per diventare materia da trattare.
In questo laboratorio di corpi freddi e catini colmi di resina, la divisione tra la carne che si corrompe e quella che pulsa e respira si assottiglia fino a spezzarsi. Tra le pareti di mattoni crudi, dove la polvere di sale asciuga le labbra e il fumo acre del bitume satura l'aria, due uomini condividono un segreto che sfida la rigida morale e le leggi delle due terre. Per Khafre e Sinuhe, l'incontro fisico non è un peccato, ma un'insurrezione biologica e disperata: un modo feroce per strappare un frammento di vita rovente al regno implacabile della morte.

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Il sale non perdona nulla.
Prima ancora di corrodere le carni del defunto, il natron si insinua sotto le unghie dei due imbalsamatori, si deposita nelle pieghe delle palpebre, cristallizza sulle labbra finché ogni parola ha il sapore amaro dell'alcali e della terra morta.
All'interno dell'ibu, scavato ai margini della piana di Tebe, il cielo fuori era una lastra di piombo incandescente, ma dentro la luce aveva il colore malato e tremolante del sesamo bruciato nelle lucotole di terracotta.
Khafre non guardava mai in faccia i morti.
Per lui i corpi erano mappe, problemi di drenaggio, volumi esatti da disseccare.
Aveva le mani enormi, pesanti, con i palmi così induriti dal cloruro di sodio e dal lavoro che sembravano cuoio bollito. Eppure, in quel momento, la punta del suo scalpello di bronzo — una lama corta, affilata come una spina di acacia — stava deviando di un capello.
«Stai tremando, Khafre», sussurrò Sinuhe, la voce bassa che vibrava nell'acustica soffocante della stanza.
Non c'era giudizio nella sua voce.
Il loro rapporto non era fatto di grandi dichiarazioni o promesse scolpite sulla pietra delle stele, ma di un tacito riconoscimento epidermico. Si erano ritrovati a condividere lo spazio angusto dell'officina anni prima, quando entrambi erano poco più che ragazzi sfuggiti alla miseria dei villaggi lungo gli argini del fiume, e col tempo l'officina era diventata l'unico perimetro sicuro al mondo. Fuori di lì c'era una gerarchia rigida, fatta di sacerdoti che recitavano formule incomprensibili, di pesi da rispettare e di una società che esigeva conformità. Lì dentro, tra i profumi intensi della resina di terebinto e il silenzio dei defunti, erano semplicemente Khafre e Sinuhe, legati da un'intimità viscerale che non aveva bisogno di etichette, nutrita com'era dal contrasto quotidiano tra la fine inevitabile della carne e l'urgenza sfrontata del loro desiderio.
Sinuhe era seduto sullo sgabello basso ai piedi del tavolo di pietra calcarea con le ginocchia nude e larghe; tra di esse c’era un vaso d'alabastro vuoto.
Su di lui non gravava il peso del taglio inaugurale; il suo compito era raccogliere, lavare con il vino di palma profumato, massaggiare i tessuti con l'olio di cedro prima che il sale li pietrificasse per sempre.
Khafre sollevò lo sguardo.
I suoi occhi, cerchiati di nero per la stanchezza e per il fumo denso del bitume che bolliva nei calderoni nel cortile, incrociarono quelli di Sinuhe.
C'era un abisso tra di loro, eppure si conoscevano meglio di quanto conoscessero i testi sacri di Anubi. Sinuhe aveva la pelle ambrata, tirata sui muscoli asciutti del ventre da un'eterna giovinezza che il lavoro in quell'antro umido non era riuscito a logorare. I suoi capelli neri erano appiccicati alle tempie da una treccia di sudore e mirra.
Il corpo disteso sul blocco di calcare apparteneva a un supervisore dei granai reali.
Era un uomo pesante, dalla carne grassa che opponeva resistenza al ferro.
L'odore che emanava non era ancora quello della decomposizione avanzata — grazie al rapido trasferimento nell'ibu —, ma era un odore denso, di cellule spente e fluidi interni intrappolati.
«La palude del Delta ci ha rubato troppo tempo oggi», disse Khafre, la voce roca, spezzata dalla polvere bianca che fluttuava nell'aria densa. Si chinò sul defunto, posizionando la punta del gancio di ferro ricurvo vicino alla narice sinistra. «Se non rompiamo l'etmoide ora, il cervello andrà in putrefazione prima che il natron completi il suo lavoro nei quarantotto giorni. E allora i sacerdoti ci cacceranno dal tempio.»
«Lascia che i sacerdoti leggano i loro papiri al buio», rispose Sinuhe alzandosi in piedi. Con un movimento fluido, disinvolto, si fece avanti fino a quasi toccare il torace di Khafre.
Non c'era spazio per la distanza in quell'officina di ombre.
Sinuhe tese la mano e, con le dita sporche di unguento verde di malachite e resina, coprì la mano di Khafre che stringeva lo strumento di metallo. Non per guidarla. Per fermarla.
Il contatto fu improvviso, rovente. Le loro pelli si scontrarono con la violenza di due elementi opposti: il freddo del metallo e il calore febbrile di due corpi vivi che rifiutavano la morte che li circondava.
Sinuhe spinse via lo scalpello dalle mani di Khafre. Il ferro cadde sulla sabbia con un tonfo sordo, sepolto all'istante dalla polvere bianca.
Khafre emise un rantolo basso, un suono strozzato che si perse tra i vasi di terracotta allineati lungo le pareti. Non disse una parola. Le sue braccia massicce, pesanti di fatica e di sale, scattarono in avanti, afferrando Sinuhe per i fianchi e tirandolo contro di sé con una forza disperata.
La loro bocca si cercò senza grazia, in un bacio ruvido che sapeva di resina amara, di natron e di un'urgenza primordiale. Sinuhe gemette contro le labbra del compagno, le mani che risalivano veloci lungo la schiena nuda di Khafre, affondando le dita nei muscoli tesi delle spalle, graffiando la pelle bagnata di sudore fino a lasciare scie rosse che la polvere bianca copriva subito dopo.
Sinuhe sollevò una gamba, cingendo i fianchi robusti di Khafre, mentre le sue mani scivolavano avide sotto il leggero perizoma di lino, strappandone quasi il nodo di cuoio. Il contatto della pelle nuda contro pelle nuda fu un'esplosione di calore che azzerò ogni esitazione. Khafre lo spinse all'indietro, facendolo aderire con forza contro il bordo freddo del tavolo di pietra calcarea, appena sotto il corpo immobile del defunto.
La pietra gelida alle spalle di Sinuhe faceva da contraltare al calore rovente e febbrile del torace di Khafre che premeva contro di lui. Sinuhe inarcò la schiena, emettendo un gemito acuto che si infrinse contro la gola del compagno, mentre le sue dita stringevano con disperazione i bicipiti massicci di Khafre, cercando un appiglio in quel capogiro dei sensi. I loro bacini si scontrarono con ritmo frenetico, un attrito viscerale e rovente che cancellava il gelo della stanza e l'odore acre della morte. Ogni spinta era un affondo profondo, implacabile, un modo per strapparsi di dosso il peso dei giorni, il sudore acido del sale e fondersi in un unico, disperato respiro.
Le gocce di sudore colavano dalle loro fronti, mescolandosi e bagnando la pelle tesa dei torsi. Sinuhe affondò i denti sulla spalla di Khafre, trattenendo un urlo che avrebbe potuto superare le spesse pareti di fango dell'ibu, mentre le mani di Khafre stringevano i suoi fianchi con una possessività feroce, sollevandolo ad ogni affondo in un crescendo di attriti caldi, umidi e disperati.
L'estasi li travolse insieme, un crampo violento e silenzioso che scosse entrambi da capo a piedi, lasciandoli ansimanti, con la fronte appoggiata l'una contro l'altra, mentre i loro corpi tremavano nell'ombra della notte tebana.
Nessun tempio consacrato agli dei delle due terre avrebbe mai potuto redimere o comprendere ciò che accadeva in quel recinto di ombre, ma per Khafre e Sinuhe quell'intimità era l'unica vera liturgia capace di dare un senso alla loro esistenza.
Mentre i minuti scivolavano via nel silenzio irreale della necropoli, il respiro tornava a farsi regolare, cadenzato dal battito sordo dei loro cuori ancora sovraeccitati. La pelle, lucida per la commistione di sudore, unguenti al loto e residui di natron, emanava un calore che pareva quasi sfidare la freddezza della pietra tombale.
Sinuhe socchiuse gli occhi, lasciando che la testa ricadesse all'indietro contro il bordo grezzo del tavolo calcareo, mentre le dita di Khafre tracciavano con una lentezza quasi devota il profilo della sua clavicola, sfiorando una leggera cicatrice rimasta dai giorni dell'infanzia trascorsa sulle rive melmose del fiume.
Non c'era spazio per il rimpianto, né per la paura di un domani che offriva soltanto altra polvere, altra fatica, altri corpi senza nome da svuotare e ricucire.
Il profumo denso del legno di cedro bruciato continuava a fluttuare nell'aria, mescolandosi agli odori più crudi e terreni della loro unione. Si guardarono di nuovo, con una complicità che non necessitava di parole, un alfabeto fatto di sguardi carichi di una tenerezza feroce che stonava violentemente con la macabra professione che esercitavano. In quell'istante, ogni gerarchia del regno, ogni decreto dei sacerdoti e ogni promessa di immortalità scolpita nelle tombe dei faraoni appariva fragile e lontana, sbiadita di fronte alla fiammata irripetibile di quell'amore clandestino.
Ogni spinta era stato un calcolo sovversivo contro il tempo.
Se i corpi dei faraoni venivano imbalsamati per durare diecimila anni, il loro amore non aveva bisogno di lino, né di natron, né di formule magiche scritte sui muri delle tombe. Bruciava nel giro di pochi istanti, feroce e irripetibile, consumato nell'unico luogo in cui nessuno avrebbe mai osato cercarli: tra i resti della putrefazione.
I loro muscoli si rilassarono lentamente, lasciandoli aggrappati l'uno all'altro come naufraghi su un relitto.
La notte continuava a scorrere lenta, scandita solo dal ticchettio della sabbia mossa dai loro passi e dal brontolio sordo dei calderoni nel cortile esterno.
Khafre si raddrizzò, allontanandosi lentamente e lasciando che Sinuhe riacquistasse l'equilibrio con le gambe ancora tremanti. Nessuno dei due parlò. I gesti ripresero con la consueta, meccanica precisione, come se l'esplosione di pochi istanti prima non fosse mai avvenuta, eppure l'aria tra di loro era cambiata, resa più sottile e vibrante.
Khafre raccolse lo scalpello di bronzo che era rotolato nella polvere, lo ripulì con uno straccio di lino grezzo e si voltò di nuovo verso il tavolo di pietra.
Il corpo del supervisore dei granai giaceva immobile, un blocco di materia in attesa di essere trasformato in eterno.
«Passami il gancio ricurvo», disse Khafre a bassa voce, senza voltarsi.
Sinuhe allungò il braccio, afferrando lo strumento dal vassoio di legno e porgendolo al compagno. Le loro dita si sfiorarono di nuovo, un contatto breve, privo dell'urgenza di prima, ma carico di una quieta consapevolezza. Sinuhe si rimise al suo posto accanto al bacino d'alabastro, pronto a raccogliere i tessuti, con lo sguardo che ogni tanto, quasi di nascosto, tornava a posarsi sulle spalle larghe e sudate di Khafre.
Il lavoro procedette metodico.
La lama sottile penetrò con esattezza millimetrica. Il metallo era guidato da una mano che adesso non tremava più.
Ogni fase del rituale — dall'estrazione degli organi destinati ai vasi canopi alla pulizia con il vino di palma speziato — si susseguì senza intoppi, rispettando la sequenza millenaria che separava i vivi dai morti.
Fuori, attraverso la feritoia alta scavata nella parte superiore del muro di mattoni crudi, il nero profondo del cielo iniziò a stemperarsi in una sfumatura grigiastra e polverosa.
L'aria della notte, pesante e satura di vapori balsamici, cominciò a muoversi, mossa da una prima folata di vento mattutino che saliva dal fiume. La luce dell'alba, fredda e tagliente, strisciò lungo il pavimento dell'officina, illuminando la crosta bianca del natron e i vasi allineati in perfetto ordine.
Il corpo sul tavolo era pronto per la fase successiva dell'asciugatura, quella che sarebbe durata settimane intere sotto strati di sale. Khafre depose gli strumenti sul banco di legno e si passò un avambraccio sulla fronte, asciugandosi il sudore misto a polvere.
Sinuhe spense le lucerne a olio ormai consumate, il cui fumo sottile salì verso il soffitto nero di fuliggine prima di dissolversi.
Rimasero per un attimo in piedi, uno di fronte all'altro, mentre la luce del nuovo giorno invadeva definitivamente la stanza.
Non c'erano promesse da fare, né futuro oltre quelle mura di fango e pietra. C'era solo il silenzio dell'Egitto che si risvegliava fuori, e la certezza silenziosa di aver sottratto, ancora una volta, un frammento di vita al regno della morte.

Vacca 24
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